Sono sempre stata una bambina curiosa, piena di passione e determinazione e, soprattutto, piena di sogni. Tra questi sogni—profondamente radicati nella gentilezza e nella speranza—c’era il desiderio di fondare un’associazione benefica per prevenire la violenza e il bullismo e sostenere le loro vittime.

Il 29 maggio 2017, il giorno del mio compleanno, con un po’ di fortuna e una grande dose di determinazione, quel sogno è diventato realtà.

Io stessa sono una sopravvissuta alla violenza, al bullismo e a un disturbo alimentare, ma sono sopravvissuta a tutto questo. Avevo soltanto sei mesi quando sono stata violata per la prima volta, un incubo quotidiano che mi ha accompagnata per dieci anni della mia infanzia.

La mia unica via di fuga erano lo studio e lo sport, ma alla fine una dura realtà ha cambiato ogni cosa. A causa di questi abusi, sono rimasta profondamente segnata dal punto di vista psicologico. Ero spaventata, ansiosa e piena di vergogna. Sentivo di non avere nessuno a cui potermi rivolgere. Questa vergogna segreta che portavo dentro di me mi ha resa estremamente vulnerabile e ha segnato profondamente la mia adolescenza. Mi ha lasciata particolarmente esposta al bullismo e alle molestie.

Nel tentativo di nascondere la mia sessualità e la mia femminilità, sono diventata riluttante a parlare con i ragazzi o ad avere relazioni sentimentali. Ho iniziato ad avere ansia all’idea di partecipare alle feste, non riuscivo più a concentrarmi sugli studi, ho sviluppato la bulimia e ho completamente perso la fiducia in me stessa. Tutto questo ha portato alla diffusione di voci sul mio conto, a diverse forme di bullismo e al fatto di essere spesso esclusa e presa di mira. Attraverso queste esperienze, ho visto con i miei occhi gli effetti devastanti che gli abusi e la violenza possono avere sugli anni della crescita di una persona.

Il bullismo e la violenza portano con sé una lunga serie di altre difficoltà. Per me queste hanno incluso ansia, abbuffate compulsive, bulimia, depressione e pensieri suicida. Durante tutta la mia adolescenza, sono arrivata a un punto in cui non volevo più prendermi cura di me stessa. Ho persino rinunciato allo sport, l’unica gioia costante della mia vita. Vivevo in uno stato continuo di stress e paranoia, con la paura che qualcuno scoprisse ciò che mi era accaduto da bambina e che questo alimentasse ancora più bullismo e molestie.

Purtroppo, questa esperienza è fin troppo comune tra i sopravvissuti agli abusi. È per questo che mi impegno con tutte le mie forze per dare voce all’oppressione e un messaggio agli altri: parlate, confidatevi con qualcuno il prima possibile. Mi ci è voluto del tempo per capire che ciò che era accaduto non era colpa mia e che non avevo alcun motivo di vergognarmi.

Una delle decisioni più difficili, ma anche più importanti, che abbia mai preso è stata raccontare alla mia famiglia ciò che mi era successo da bambina e ciò che continuava ad accadermi durante la mia adolescenza. La reazione di mia madre è stata quella di rifiutare la realtà. Non mi ha mai sostenuta e ha continuato a frequentare i vicini di casa, che trattava come i suoi migliori amici invece che come gli autori delle violenze subite da sua figlia, venendo meno ancora una volta al suo dovere di proteggermi. Mi ha fatta sentire colpevole e piena di vergogna, come se fosse tutta colpa mia. Non mi ha mai allontanata dal pericolo né mi ha offerto una casa sicura in cui potessi guarire e crescere.

Mi ci è voluta ancora più forza per parlare con mio padre quasi un anno dopo. La sua reazione è stata quella di un genitore premuroso. Mi ha offerto la possibilità di rivolgermi a una psicoterapeuta e a una nutrizionista per aiutarmi ad affrontare la mia salute mentale e il mio disturbo alimentare. Tuttavia, entrambi i miei genitori mi hanno chiesto di mantenere tutto segreto, cosa che ha soltanto aggravato il mio senso di colpa e la mia vergogna.

La mia unica via di fuga è diventata allora lasciare casa e cercare sicurezza altrove. Viaggiare mi sembrava una via d’uscita, un’opportunità per scoprire nuove culture e ritrovare me stessa. Così sono arrivati la Spagna, il Cile, l’Irlanda, l’Olanda e il Regno Unito. Lungo il cammino ho approfondito la psicologia e le neuroscienze, la mindfulness, lo yoga, la meditazione e la mia più grande passione: la danza, tutto nella ricerca di ciò che potesse farmi sentire di nuovo al sicuro e completa.

Sebbene inseguire i miei sogni mi sia sempre venuto naturale grazie alla passione e alla determinazione, il trauma irrisolto ha reso questo percorso incredibilmente difficile. Gli stessi schemi distruttivi si ripetevano in ogni tipo di relazione: sentimentale, di amicizia e professionale. Solo negli ultimi anni sono diventata pienamente consapevole della profondità del trauma e di quanto profondamente esso influenzi la vita quotidiana.

Quando ho finalmente deciso di rendere pubblica la mia storia, ho acquisito ancora più consapevolezza, fiducia in me stessa e forza.

La forza non significa nascondere la propria vulnerabilità; significa, piuttosto, accoglierla.

Da allora ho promesso a me stessa di essere onesta e trasparente riguardo alla mia storia, nella speranza che possa incoraggiare altre persone a cercare l’aiuto di cui hanno bisogno e che meritano. Il percorso può essere lungo e certamente non facile, ed è diverso per ognuno di noi. Le cicatrici potrebbero non scomparire mai del tutto, ma ho imparato che non siamo soli. Quando il processo di guarigione inizia, le persone si fanno avanti per sostenerci. Con sogni, determinazione, passione e fiducia, è possibile realizzare qualsiasi obiettivo ci si ponga, e le cose possono migliorare per tutti.

Rendiamo il mondo un posto migliore.